FRA CREDENZE E TRADIZIONI
di
Mirella Caporaso
La
nostra terra, che è terra di pastori e di sciamani, esprime nelle sue
tradizioni una sacralità rituale che nasce come
bisogno di aggregazione nei momenti di
duro lavoro e come svago liberatorio. Un tempo, in paese, le insicurezze e le
paure si affrontavano in chiesa o in piazza, tutti insieme, in un rito
collettivo, e come in tutti i Paesi
anche qui, a Castel San Vincenzo, le credenze
polari, di maghi e janare, venivano
alimentate dai racconti che i più anziani narravano di sera quando ci si
riuniva intorno al fuoco.
Quasi
tutti portavano un ?abatino?, un pacchettino di stoffa
confezionato dal mago di turno, ripieno di erbe misteriose, che nella credenza
popolare doveva proteggere da una serie infinita di malanni e tutti, la sera,
prima di andare a letto mettevano la scopa di saggina dietro la porta, che
serviva ad ingannare la janara che per contare i fili
di saggina perdeva tempo fino all’alba.
Il
forte bisogno di stare insieme si manifestava in riti propiziatori, come nel
giorno di sant’Antonio Abate quando tutti
assaggiavano “l’grandinie”
bollito per favorire futura abbondanza. E tutta la comunità si univa per
comprare il “porco di Sant’Antonio”, un porcellino
che veniva lasciato libero per i vicoli del paese con
un campanellino al collo: la gente faceva a gara per ingrassarlo fino al 17
febbraio quando il maiale, ormai grosso, veniva rivenduto ricavandone un bel
gruzzolo. A San Silvestro i bambini del paese diventavano protagonisti: vestiti
con abiti da grandi, andavano bussando casa per casa e cantavano “sciusc e cantusc’ e damme quattre sciusc’
“ e ricevevano in dono fichi secchi, noccioline e castagne.
Di
tante tradizioni una è ancora rimasta, quella del Sabato Santo, quando ci si
riunisce in piazza per il rito del fuoco benedetto per propiziare purezza di
spirito e buoni propositi.